Trattamento psicologico e psicoterapia del Dolore Cronico e Acuto. A cura del Dr. Massimiliano Zisa, Ipnotista, Psicologo, e Psicoterapeuta a Firenze.
Tuesday, January 18, 2011
Ipnosi e dolore: come viene trattata ?
Wednesday, November 10, 2010
Cos'è il dolore
E’ un fenomeno che riguarda tutte le età ed è troppo spesso trascurato perché poco conosciuto.
Esistono due diversi tipi di dolore:
- il dolore come sintomo (momentaneo e transitorio)
- il dolore come malattia (continuato e perdurante nel tempo).
Il dolore sintomatico è una condizione transitoria che volge a termine in poche settimane. Può capitare che il dolore invece perda il suo significato di segnale di allarme diventando una vera e propria malattia o condizione permanente.
Tale condizione può essere duratura finendo con il persistere per mesi o anni.
Questo è il dolore patologico (inteso come condizione perdurante, come una malattia) i meccanismi che producono e mantengono la sofferenza nel tempo sono molto complessi ed anche le conseguenze psicologiche diventano rilevanti e possono influenzare il risultato della terapia.
Thursday, October 07, 2010
Cervello: l'emicrania modifica aree del dolore anche nei bambini
Tuesday, July 13, 2010
Il dolore di tutti i giorni. Che non si cura
In Italia 200 centri per 12 milioni di malati. Sei mesi per una visita. Emicrania e mal di schiena i più diffusi
Tuesday, June 01, 2010
Dolore: il 30 maggio giornata del sollievo
Sono, infatti, previsi, presso i due istituti romani: proiezione di film, proiezione della partita Italia – Germania 1982, laboratori di pittura, giochi di carte, corsi di make-up al quale parteciperanno anche Hoara Borselli, Maria Grazia Nazzari e Barbara Chiappini nelle vesti di consulenti di bellezza. “Le cure palliative, essenziali a sollevare il paziente dal dolore, non sono sufficienti se non comprese in un progetto di assistenza globale che tenga conto della comunicazione, dell’ascolto, del supporto e dei bisogni inespressi dellepersone malate e dei familiari” continua Bevere.
Molte sono le iniziative promosse dalle Regioni, dalle strutture sanitarie e dalle associazioni di volontariato in tutta Italia: per conoscere quelle più vicine basta visitare il sito internet della Fondazione Ghirotti. Alcune strutture hanno organizzato eventi e incontri già nei giorni precedenti a domenica.
Immagine tratta da: Rai.it
Thursday, April 15, 2010
Vincere il mal di schiena a parole
La terapia cognitivo comportamentale efficace per un anno. Eliminando la paura di muoversi
Tratto da: Corriere della Sera
MILANO - «Intendiamoci, non stiamo parlando di psicoterapia né stiamo assolutamente dicendo che il mal di schiena è un problema psicologico. Ma il modo in cui i pazienti vi si rapportano può cambiare di molto le cose». Zara Hansem, dell’University on Warwick di Coventry nel Regno Unito mette le mani avanti, prevenendo le critiche che potrebbero venire allo studio a cui ha preso parte e che è stato pubblicato su The Lancet. La ricerca ha evidenziato che la terapia cognitivo comportamentale di gruppo è in grado di ridurre il mal di schiena, sia quello sporadico che quello cronico. Roba da far storcere il naso ai detrattori delle medicine non convenzionali, ma supportata da prove piuttosto forti.
LO STUDIO- I ricercatori hanno arruolato oltre 700 pazienti tra i medici e gli infermieri di famiglia britannici che avevano sofferto di mal di schiena per almeno sei settimane nei precedenti sei mesi. Due terzi di essi sono stati sottoposti a terapia cognitivo comportamentale, un terzo a nessuna specifica terapia. Il trattamento sperimentale, somministrato da psicoterapeuti, infermiere e psicologi opportunamente addestrati, consisteva in sedute di gruppo il cui obiettivo era cambiare i comportamenti e le credenze relativi alla possibilità o meno di svolgere attività fisica per le persone che soffrono di mal di schiena. Rimanere attivi è infatti una delle principali indicazioni contenute nelle linee guida internazionali. E benché interventi come agopuntura, manipolazione osteopatica o ginnastica posturale siano soltanto un appena più efficaci del continuare a svolgere una vita normalmente attiva, questa indicazione è spesso disattesa dai pazienti. Spesso perché timorosi di peggiorare le cose. Cambiare questa credenza e valutare gli effetti degli interventi è stato lo scopo dello studio. I risultati sono stati più che incoraggianti: a 4 mesi dalle sedute i pazienti riferivano benefici analoghi a quelli riportati dalle persone che si sottopongono abitualmente ad agopuntura, manipolazione osteopatica o ginnastica posturale. Tuttavia le cose cambiano decisamente a un anno di distanza, con il netto sorpasso della terapia cognitivo comportamentale (il 59 per cento dei pazienti continuano a non manifestare dolore). Questo intervento, inoltre, costa meno della metà rispetto agli altri.
IN GRUPPO DAL MEDICO DI FAMIGLIA? - Entusiasti i ricercatori, che plaudono alla provata efficacia del terapia. Che è inoltre economica e di facile attuazione. Al punto da sembrare l’uovo di Colombo per un problema - il mal di schiena - che è considerato una delle prime tre fonti di disabilità nei Paesi industrializzati. «Per i medici di famiglia la terapia cognitivo comportamentale sarebbe un’eccellente opzione da mettere in pratica prima di inviare i pazienti a un consulto con lo specialista», si spinge ad affermare Laxmaiah Manchikanti, del Pain Management Center of Paducah in Usa, in un editoriale pubblicato sullo stesso numero della rivista britannica. «In pazienti selezionati - prosegue - essa non richiede consulti o interventi dello specialista, è un trattamento che può essere praticato in uno studio medico ed è economico. Certo, non è una panacea». E, soprattutto, si preoccupa Manchikanti, un intervento così esteso di sanità pubblica «non sarebbe possibile in uno Stato senza Sistema sanitario nazionale come gli Stati Uniti».
Tratto da: Corriere della Sera
MILANO - «Intendiamoci, non stiamo parlando di psicoterapia né stiamo assolutamente dicendo che il mal di schiena è un problema psicologico. Ma il modo in cui i pazienti vi si rapportano può cambiare di molto le cose». Zara Hansem, dell’University on Warwick di Coventry nel Regno Unito mette le mani avanti, prevenendo le critiche che potrebbero venire allo studio a cui ha preso parte e che è stato pubblicato su The Lancet. La ricerca ha evidenziato che la terapia cognitivo comportamentale di gruppo è in grado di ridurre il mal di schiena, sia quello sporadico che quello cronico. Roba da far storcere il naso ai detrattori delle medicine non convenzionali, ma supportata da prove piuttosto forti.
LO STUDIO- I ricercatori hanno arruolato oltre 700 pazienti tra i medici e gli infermieri di famiglia britannici che avevano sofferto di mal di schiena per almeno sei settimane nei precedenti sei mesi. Due terzi di essi sono stati sottoposti a terapia cognitivo comportamentale, un terzo a nessuna specifica terapia. Il trattamento sperimentale, somministrato da psicoterapeuti, infermiere e psicologi opportunamente addestrati, consisteva in sedute di gruppo il cui obiettivo era cambiare i comportamenti e le credenze relativi alla possibilità o meno di svolgere attività fisica per le persone che soffrono di mal di schiena. Rimanere attivi è infatti una delle principali indicazioni contenute nelle linee guida internazionali. E benché interventi come agopuntura, manipolazione osteopatica o ginnastica posturale siano soltanto un appena più efficaci del continuare a svolgere una vita normalmente attiva, questa indicazione è spesso disattesa dai pazienti. Spesso perché timorosi di peggiorare le cose. Cambiare questa credenza e valutare gli effetti degli interventi è stato lo scopo dello studio. I risultati sono stati più che incoraggianti: a 4 mesi dalle sedute i pazienti riferivano benefici analoghi a quelli riportati dalle persone che si sottopongono abitualmente ad agopuntura, manipolazione osteopatica o ginnastica posturale. Tuttavia le cose cambiano decisamente a un anno di distanza, con il netto sorpasso della terapia cognitivo comportamentale (il 59 per cento dei pazienti continuano a non manifestare dolore). Questo intervento, inoltre, costa meno della metà rispetto agli altri.
IN GRUPPO DAL MEDICO DI FAMIGLIA? - Entusiasti i ricercatori, che plaudono alla provata efficacia del terapia. Che è inoltre economica e di facile attuazione. Al punto da sembrare l’uovo di Colombo per un problema - il mal di schiena - che è considerato una delle prime tre fonti di disabilità nei Paesi industrializzati. «Per i medici di famiglia la terapia cognitivo comportamentale sarebbe un’eccellente opzione da mettere in pratica prima di inviare i pazienti a un consulto con lo specialista», si spinge ad affermare Laxmaiah Manchikanti, del Pain Management Center of Paducah in Usa, in un editoriale pubblicato sullo stesso numero della rivista britannica. «In pazienti selezionati - prosegue - essa non richiede consulti o interventi dello specialista, è un trattamento che può essere praticato in uno studio medico ed è economico. Certo, non è una panacea». E, soprattutto, si preoccupa Manchikanti, un intervento così esteso di sanità pubblica «non sarebbe possibile in uno Stato senza Sistema sanitario nazionale come gli Stati Uniti».
Wednesday, February 17, 2010
Arriva l'ipnosi per un parto indolore
Thursday, May 21, 2009
Un aiuto per chi soffre di colite ulcerosa arriva dall'ipnosi
Dover rinunciare alla vita sociale a causa di un disturbo come la colite ulcerosa che costringe a correre al bagno in molte situazioni è un problema che affligge diverse persone. Ora un aiuto pare arrivare da una terapia basata sull’ipnosi.
È quanto afferma un gruppo di ricercatori americani, i quali hanno presentato i risultati di uno studio al Crohn's & Colitis Foundation of America's 13th Annual Medical Symposium e 14th Annual Patient and Family Conference di Chicago.
La dr.ssa Laurie Keefer, psicologo clinico della salute presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine, ritiene che la terapia ipnotica può migliorare la qualità della vita delle persone affette da colite ulcerosa. Mediante la terapia ipnotica, suggerisce la ricercatrice, si può favorire la gestione dello stress che influisce significativamente sui sintomi associati e un maggiore autocontrollo. Tutto questo si traduce in maggiore autostima e padronanza di sé.
Allo studio hanno partecipato 80 pazienti nell'arco di tre anni, di cui per ognuno è stato monitorato il progresso per un anno. Al momento attuale i partecipanti attivi sono 27 e la terapia a cui sono sottoposti prevede anche l’ascolto di registrazioni speciali rilassanti.
La maggioranza dei soggetti ha mostrato di aver migliorato le relazioni sociali intraprendendo attività che un tempo avevano abbandonato a causa della malattia; tra cui andare al ristorante, fare esercizio, viaggiare, partecipare a feste e altre ancora.
I soggetti coinvolti hanno comunque continuato le loro cure tradizionali, anche se qualcuno durante il periodo di studio spesso si è dimenticato di prendere le pillole. Nonostante ciò non ha avuto i disturbi che ci si sarebbe aspettato.
Anche se ulteriori studi si renderanno necessari, i dati acquisiti paiono confortanti e mostrano come un maggiore senso di controllo di sé e sulla propria salute si rifletta positivamente nella vita sociale e in un miglioramento della vita stessa.
Wednesday, April 22, 2009
Fibromialgia; sintomi ridotti del 30% con terapia sperimentale
Da un articolo di: Elena Meli Pubblicato su: Il Corriere
MILANO - Sean Mackey, capo della Divisione di medicina del dolore dell'università di Stanford in California, presentando i risultati dello studio pilota che ha appena pubblicato sulla rivista Pain Medicine ha deciso di far parlare i suoi pazienti. Perché ha pensato che forse nulla meglio delle parole di Tara Campbell, una trentanovenne fibromialgica californiana, potesse descrivere gli effetti del naltrexone, il farmaco in sperimentazione: «Un anno fa il solo fatto che mio marito o i miei figli mi toccassero mi faceva star male per il dolore, non mi muovevo quasi più dal divano. Oggi sono tornata al lavoro, guido una raccolta fondi per la scuola di mia figlia e mi sento bene, molto bene. Non sono esattamente la persona che ero prima della malattia e non mi sento al 100 per cento, però la mia vita è cambiata».
PICCOLO STUDIO – Tara è una delle dieci donne che, dalla primavera del 2008, Mackey ha coinvolto in un piccolo studio pilota per verificare gli effetti del naltrexone sulla fibromialgia. Per 10 settimane Tara e le altre hanno preso piccole dosi di questo farmaco che da decenni viene usato per curare la dipendenza da oppioidi: per due settimane è stato dato loro un placebo, per altre otto hanno assunto naltrexone senza però sapere se stessero prendendo l'uno o l'altro. Alla fine del periodo di sperimentazione, con naltrexone i sintomi di dolore e affaticamento erano diminuiti del 30 per cento rispetto al placebo. Tanto che alcune hanno smesso di prendere altri medicinali, altre sono tornate al lavoro, tutte hanno riferito che la loro qualità della vita è migliorata non poco. Perché è stato scelto proprio il naltrexone? «Usare questo farmaco per contrastare il dolore può sembrare in effetti un controsenso, perché sappiamo che a dosi normali blocca i sistemi preposti alla riduzione del dolore – ha dichiarato Mackey –. A basse dosi, però, sembra modulare le funzioni delle cellule della glia, nel sistema nervoso centrale: cellule che fanno da supporto e proteggono i neuroni e che mettono in comunicazione le cellule nervose e quelle coinvolte nei processi infiammatori. Modulando la funzione della glia probabilmente riusciamo a influenzare il comportamento anomalo del dolore nei pazienti fibromialgici». Ai ricercatori di Stanford l''idea è venuta per caso un paio di anni fa, quando un collaboratore di Mackey chiese ad alcuni pazienti inseriti nei gruppi di auto-aiuto se qualcosa avesse mai dato loro sollievo. Tanti citavano il naltrexone: da lì è partito lo studio, che adesso proseguirà su 30 pazienti per almeno 16 settimane.
CAUTELA – Naltrexone costa poco ed è una speranza per una patologia (la cui reale esistenza è ancora discussa, per la verità) per cui ci sono poche terapie consolidate: l'entusiasmo dei pazienti è palpabile, leggendo le testimonianze. Ma Mackey stesso getta acqua sul fuoco: «I risultati preliminari sono incoraggianti, ma appunto sono del tutto preliminari: dobbiamo studiare ancora molto prima di essere certi che la cura con naltrexone sia efficace e ben tollerata». La pensa così anche Piercarlo Sarzi-Puttini, presidente dell'Associazione Italiana Sindrome Fibromialgica (AISF ) che domenica 19 aprile si riunisce per il Congresso Nazionale all'Ospedale Sacco di Milano. Sarzi-Puttini osserva: «Lo studio è piccolo, ma l'argomento vale la pena di essere approfondito con ricerche ben disegnate che mettano a confronto placebo e naltrexone. Questo farmaco è un antagonista degli oppioidi ben tollerato ma è un blando oppiaceo a sua volta, perciò esiste comunque la possibilità che dia dipendenza: in caso di sospensione, si può avere un effetto paradosso di iperalgesia. In ogni caso è bene andare avanti con le ricerche – prosegue Sarzi-Puttini –. Non abbiamo farmaci miracolosi per la fibromialgia, ma soltanto sintomatici: ben venga qualsiasi nuova strada che possa rivelarsi utile. La grossa soddisfazione dei pazienti, inoltre, è davvero un segnale positivo». Alcune partecipanti stanno continuando a prendere naltrexone. «Sto continuando a migliorare. Ho ancora dolori localizzati, ma posso tollerarli perché non ho più i sintomi influenzali di prima né l'affaticamento. Oggi mi sento sempre di più una persona normale». Parola di Tara.
Thursday, February 12, 2009
Sì alla cannabis come antidoto al dolore
Tratto da: Repubblica — 30 novembre 2008 un articolo di: SARA STRIPPOLI
Ci sono voluti anni per spazzare via dubbi e resistenze, ma finalmente all' ospedale Molinette e in altre tre strutture italiane i malati affetti da tumore in stato avanzato potranno utilizzare la cannabis per combattere il dolore. La sperimentazione parte a dicembre e dieci pazienti selezionati (40 in tutta Italia) parteciperanno allo studio Spray che prevede nove settimane di trattamento. L' obiettivo primario è determinare l' efficacia del dosaggio e verificare quale sia il livello entro il quale il Sativex, il farmaco utilizzato via spray (oromuscosal spray sativex) è ancora efficace in pazienti che soffrono di una patologia neoplastica in fase avanzata. Al termine della sperimentazione il trattamento andrà a regime e dalla prossima primavera le cure saranno accessibili per tutti i pazienti che presentano le caratteristiche richieste. Soltanto alle Molinette potrebbero essere oltre duecento all' anno i malati trattati con cannabinoidi.La campagna informativa è pronta e viene lanciata attraverso i medici di medicina generale: «Soffre di dolore persistente da cancro nonostante stia assumendo farmaci antidolorifici? Se è così, contatti il suo medico sulla possibilità di prendere parte allo studio Spray». Dopo la bocciatura del comitato etico dell' ospedale Molinette - era giugno del 2006 quando l' organismo presieduto da Alessandro Pileri espresse parere negativo alla sperimentazione aprendo un dibattito che sul fronte opposto ha coinvolto anche il direttore generale Giuseppe Galanzino - è stata la determinazione di Antonio Mussa, primario del dipartimento universitario di chirurgia oncologica, e di Riccardo Torta, primario di psicologia clinica ed oncologica a sbloccare la situazione. Lo studio, che in fase iniziale era nato in sinergia con Roma e Filadelfia, è diventato nel frattempo uno studio multicentrico internazionale e coinvolge adesso 33 strutture negli Stati Uniti, 5 in Canada, 11 in Romania, 9 in Cecoslovacchia, 10 in Sud Africa, 4 in Spagna e 4 in Italia (oltre alle Molinette il Policlinico Umberto I e l' Istituto Regina Elena per i tumori di Roma e l' Istituto nazionale tumori di Milano).
La sfida è misurare le qualità del farmaco (che contiene quantità quasi uguali di Thc, tetraidrocannabinolo e Cbd, cannabinolo) per contrastare sintomi importanti in pazienti affetti da tumore: anoressia, vomito, nausea, perdita di peso, dolore, ma anche ansia e depressione. Tutti disagi da non sottovalutare che le cure finora utilizzati hanno difficoltà a debellare. Il dolore, spiega Mussa (da poco tornato in Europa come parlamentare eletto nelle file di Alleanza nazionale) non è la sola ragione per rivolgersi all' uso di cannabis «gli effetti dei cannabinoidi sull' umore, sul sonno e sullo stress sono aspetti importanti che dovrebbero essere presi maggiormente in considerazione perché se sommati condizionano pesantemente in negativo la qualità di vita dei pazienti».
Gli effetti causati dall' assunzione di sativex, racconta ancora Mussa, saranno ovviamente confrontati con quelli prodotti da un placebo che sarà somministrato ad un gruppo parallelo. L' annuncio dell' avvio della sperimentazione all' ospedale Giovanni Battista è stato dato ieri durante il congresso nazionale della Società italiana tumori dal titolo "I tumori rari e gli eventi rari nei tumori frequenti" organizzato da Sergio Sandrucci, chirurgia oncologica delle Molinette e da Alessandro Comandone, oncologia medica del Gradenigo. Una vetrina importante affrontare il tema delicato e controverso della lotta al dolore con le cure palliative.
Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze e Roma e Milano
Sunday, October 05, 2008
Autolesioni, dolore e dichiarazioni psicologiche
Graffi, tagli e bruciature irresistibili per molti giovani italiani, sempre più inclini all'autolesionismo. Un fenomeno insolito, in crescita ma ancora poco conosciuto, che coinvolge nel Belpaese ben un ragazzo su cinque. E inizia prestissimo. Secondo i dati presentati nel corso 'Autolesionismo, disturbi alimentari e disturbi di personalità' che si terrà domani a Vicenza, il 20,6% degli studenti universitari ha sperimentato nel corso della propria vita un episodio di autolesionismo, con un'età media di inizio intorno ai 12 anni. Ma in che modo i ragazzini riescono a farsi male? Soprattutto con i graffi, scelti dal 50% dei giovani pazienti. Seguono tagli (34%), colpi e lividi (24%), bruciature (20%, una strategia che pare preferita dai maschi), e morsi (14%).
Se si guarda alle scuole superiori, la percentuale cresce ancora: da una ricerca compiuta su 219 studenti emerge che il 22,8% si è procurato ferite o traumi volontariamente almeno un volta nella vita. "Sono diversi i motivi per cui ragazzi si infliggono ferite o si procurano un dolore anche molto acuto: evitare o sopprimere immagini o ricordi dolorosi, o in generale emozioni negative. Ma anche entrare in uno stato di torpore o insensibilità, e avere l'attenzione degli altri", spiega Roberto Ostuzzi, presidente del convegno e della Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare (Sisdca). Questi comportamenti si possono presentare con frequenza e intensità variabili, fino a compromettere l'integrità fisica del soggetto e giungere, talvolta, a esiti fatali. L'indice di mortalità di questi pazienti, precisano gli esperti, è stimato intorno al 9-10%.
Una piccola indagine che sarà presentata al Convegno ha permesso di inquadrare un po' meglio il profilo psicologico di chi ha sofferto o soffre di autolesionismo. Dei 27 soggetti che hanno aderito a un questionario proposto online (22 femmine e 5 maschi) tra i 15 e i 30 anni, il 66,67% presenta notevoli difficoltà nella sfera emotiva; l'11,11% ha lievi difficoltà ma il 22,22% sembra non presentarne affatto. Il 70% riferisce esperienze traumatiche, con tratti rilevanti di rabbia e irritabilità, e l'88% ha elevati livelli di depressione. "Questi comportamenti - sottolinea Ostuzzi - risultano particolarmente presenti in quadri patologici come il disturbo alimentare (anoressia, bulimia o binge eating) di per sé caratterizzati da eccessiva attenzione verso il proprio stato corporeo e dalla sua manipolazione. Ma anche associati a difficoltà di base nell'autostima e nella gestione delle emozioni". E spesso l'autolesionismo si associa a problemi con il cibo.
Secondo un'indagine su un campione di 134 donne con disturbo alimentare (di cui il 26,9% con anoressia restrittiva, il 43,3% con anoressia di tipo bulimico e il 29,9% con bulimia), il 44.6% ha sofferto di autolesionismo. Dalle ricerche svolte nel reparto dei disturbi alimentari della casa di cura Villa Margherita di Arcugnano (VI) su 230 ricoverati, emerge che il 25,7% riferisce episodi autolesivi. Anche secondo questo studio i comportamenti più comuni sono tagliarsi, bruciarsi, mordersi, darsi pugni, graffiarsi, sbattere la testa contro il muro. Rispetto al tipo di disturbo alimentare, questi autolesionisti hanno per il 53% bulimia, per il 42% anoressia (10% restrittiva, 32% di tipo bulimico) e per il 5% binge eating.
La presenza del disturbo di personalità è dell’81%. Inoltre nei pazienti borderline i comportamenti autolesionistici sono estremamente frequenti (75-90%) "e possono essere di intensità tale da portare nel 10% circa dei casi a esiti fatali". "Non stupisce la correlazione dell'autolesionismo con i disturbi alimentari, visto che anche questi ultimi possono essere considerati una forma 'alimentare' del farsi del male, e sono figli di uno stesso tipo di malessere", conclude Ostuzzi.
Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze e Roma, Milano, Cagliari
Tuesday, June 24, 2008
Cause e rimedi del mal di testa
Un articolo di Saverio Pepe in: http://www.benessereblog.it/
La cefalea nelle sue differenti manifestazioni, è uno dei più frequenti disturbi e per il 15% della popolazione, una sorta di disturbo cronico che torna a manifestarsi in maniera ciclica, nonostante i tentativi di liberarsene.
Anche se molte persone che sia il cervello a far male, nella cefalea sono le strutture come le arterie cerebrali o craniche, i nervi, i muscoli e la cute del cranio a provocare il dolore , in quanto il cervello e le membrane che lo rivestono direttamente non sono dotate di terminazioni nervose che riconoscono il dolore.
Quando, queste strutture, estremamente sensibili, sono sottoposte a tensione, stiramenti, compressioni, infiammazioni virali o traumi climatici, o anche fenomeni di allergia e naturalmente tensione psicologica, ecco che si può scatenare il mal di testa.
Oltre ai classici rimedi antidolorifici, vendutissimi in farmacia, esistono anche metodologie dolci contro la cefalea, in primo luogo la via omeopatica. Personalmente trovo molto valido l’utilizzo degli oli essenziali come racconta la scheda di farmacia.it. Nella gestiona antalgica delle cefalee ottimi risultati sono stati comprovati nell'utilizzo dell'ipnosi sia per la gestione della sintomatologia sia nell'allenare, mantenere e contrastare le ricadute.
Per chi vuole oppure ha necessità di approfondire l’argomento cefalea, vi segnalo il sito della Associazione Neurologica per la ricerca sulle cefalee .
Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze e Roma, Milano, Cagliari
Tuesday, February 12, 2008
Dolore oncologico: un articolo su l'Agenda della Salute
Questo mese sull'Agenda della Salute trovate un articolo del Dr. Massimiliano Zisa sull'argomento Psiconcologia.
L'articolo riassume in breve l'apporto della psicologia sia nel sostegno alle famiglie, nel paziente oncologico e nella gestione del dolore oncologico con tecniche ipnotiche.
Potete trovare l'articolo direttamente nella sezione del sito Psicolife.com alla voce Informazione Scientifica : Articoli
Psicolife.com Psicolife: Psicologia, Ipnosi e Psicoterapia a Firenze e Italia
Wednesday, November 14, 2007
La Terapia del Dolore DEL DOLORE
Da un lavoro di :
Franco De Conno
Divisione di Riabilitazione e Terapie Palliative
Istituto Nazionale Tumori, Milano
Le cure palliative possono essere definite come "il trattamento del paziente affetto da patologie evolutive ed irreversibili, attraverso il controllo dei suoi sintomi e delle alterazioni psicofisiche, più della patologia che ne è la causa". Lo scopo principale delle cure palliative è quello di migliorare anzitutto la qualità di vita piuttosto che la sopravvivenza, assicurando ai pazienti e alle loro famiglie un’assistenza continua e globale (Ventafridda, 1990).
L’indiscutibile progresso ottenuto dalla medicina sia in campo diagnostico che terapeutico ha condotto ad una serie di conquiste un tempo considerate irrealizzabili, ma questo estremo tecnicismo mal si adatta alla cura del paziente terminale.
La peculiarità della medicina palliativa è il nuovo approccio culturale al problema della morte, considerata non più come l’antagonista da combattere ma accettata a priori come evento inevitabile. Da questa premessa teorica nasce una pratica clinica che pone al centro dell’attenzione non più la malattia, ma il malato nella sua globalità (Corli, 1988).
La consapevolezza della morte induce un’attenzione più acuta alla qualità della vita ed alla sofferenza di chi sta per morire. Come riporta Spinsanti "la medicina delle cure palliative è e rimane un servizio alla salute. Non dunque una medicina per morente e per aiutare a morire, ma una medicina per l’uomo, che rimane un vivente fino alla morte" (Spinsanti, 1988).
Alla base di questa filosofia resta sempre il rispetto dell’essere umano sofferente, l’attenzione al dettaglio, a tutto quello che si può e si deve fare quando "non c’è più niente da fare": l’attenzione alla vita del paziente, anche se brevissima, privilegiandone gli aspetti qualitativi e arricchendo ogni suo istante di significati e di senso; la capacità di ascoltare, dare presenza, restaurare i rapporti umani ed entrare in rapporto emotivo con pazienti e familiari. Infine, una corretta "filosofia" nell’approccio palliativo deve comprendere la capacità di saper riconoscere i propri limiti come curanti e terapisti, recuperando il senso profondo della medicina come scienza ed arte per la salute psicofisica dell’essere umano. Cure palliative non vogliono dire eutanasia, ma sono l’espressione di un approccio medico basato su conoscenze scientifiche e sull’attenzione continua nella loro applicazione.
Queste nozioni richiedono un nuovo tipo di educazione accademica a livello universitario e postuniversitario (Hillier, 1998; Kearney, 1992). La preparazione di questi medici è più che mai necessaria. Non si intende medicalizzare la morte, ma offrire un aspetto umano a situazioni disumane finora trascurate e viste con indifferenza. Parlare invece di curare, di qualità di vita, di impatto della malattia e/o dei trattamenti, di controllo dei sintomi, significa richiamarsi ad un modo diverso di intendere la realtà. La malattia non è soltanto il fenomeno morboso in quanto tale, ma anche e particolarmente l’esperienza che di questo fenomeno ha il soggetto ed in particolare i vissuti di sofferenza, dolore, stanchezza, le paure, gli aspetti psicologici e relazionali. Da queste considerazioni è nata l’esigenza di proporre un’assistenza peculiare per i malati di cancro in fase avanzata che presentino dolori o altri sintomi. Le cure palliative sono rivolte soprattutto ai pazienti colpiti da cancro. Dai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si comprendono rapidamente le dimensioni del problema: vengono diagnosticati ogni anno 5.9 milioni di nuovi casi di cancro di cui 4.3 milioni giungono a morte. Il rischio di ammalarsi di tumore è in costante aumento nella maggior parte dei paesi sia per l’aumento della durata media della vita sia per l’aumento dei fattori di rischio.
In campo oncologico le terapie specifiche del cancro, chirurgia e chemio-radio-immunoterapia, praticate singolarmente o in associazione tra loro, hanno lo scopo di guarire il paziente eliminando o riducendo la massa tumorale e restituendogli l’integrità fisica. Quando la massa tumorale diviene insensibile a tali trattamenti ed evolve inesorabilmente creando sofferenze fisiche e psicologiche, non vi è più la possibilità di guarire il malato. Il medico vive una sensazione di sconfitta che può portare da un lato all’accanimento terapeutico e dall’altro all’abbandono del malato perché "non c’è più niente da fare". E’ il momento in cui il paziente si avvia verso l’exitus e la famiglia si trova sola con il proprio dolore, la paura, la depressione. Questa è la fase delle cure palliative.
Le cure palliative si rivolgono anche a tutta una serie di patologie che, pur non essendo neoplastiche, sono considerate inguaribili. Molte malattie croniche che colpiscono gli anziani sono in realtà inguaribili: possono creare individui a rischio di perdita di autonomia, ma in questo caso non si può parlare di malati in fase terminale. Solo quando le condizioni fisiche si deteriorano rapidamente, ogni intervento diviene inefficace e la morte è prevista come la soluzione inevitabile in tempi relativamente brevi, si può parlare di fase terminale della vita.
Non è facile identificare i pazienti in fase terminale in quanto non esiste sempre una semplice e netta separazione tra il periodo in cui l’individuo continua a vivere, sia pur sotto il peso della malattia e delle limitazioni ad essa conseguenti, e la fase in cui il processo si fa rapidamente evolutivo e la fine si avvicina. A volte il passaggio ad uno stato di deterioramento fisico e psichico e di dipendenza personale avviene gradualmente come nel caso di insufficienze d’organo croniche, malattie neurologiche e psichiatriche.
Per arrivare ad un intervento sanitario-assistenziale efficace, continuativo e riproducibile, le cure palliative in Italia dovevano cercare una strada nell’ambito della medicina ufficiale e scientifica prendendo in considerazione esperienze già consolidate. Il costante punto di riferimento di tutte le iniziative nei confronti dei malati inguaribili è stato il movimento "Hospice" anglosassone.
La prima iniziativa, strutturata per offrire una risposta pratica e scientifica ai problemi del malato morente, per istituire cioè un sistema di cure palliative, è un fatto piuttosto recente e si collega al movimento Hospice nato negli anni Sessanta grazie a Cicely Saunders fondatrice del St. Christopher’s Hospice di Londra.
L’Hospice fornisce supporto ed assistenza a chi si trova nella fase terminale di una malattia inguaribile, per consentirgli di vivere la vita residua in pienezza e nel modo più confortevole possibile. Da un punto di vista organizzativo l’Hospice è una struttura intraospedaliera o isolata nel territorio che ha in parte le caratteristiche della casa, in parte quelle dell’ospedale. è un luogo dove è possibile trattare i problemi dell’ammalato con ogni mezzo idoneo, medico, assistenziale, psicologico, spirituale al fine di migliorarne la qualità di vita. Favorisce una personalizzazione delle cure ed una presenza continua di familiari e conoscenti vicini al malato.
In Italia la carenza di strutture sanitarie specializzate tipo Hospice e reparti di cure palliative fa sì che la casa del malato diventi il luogo di cura più idoneo.
è chiaro come la scelta tra casa e ospedale si pone come una alternativa tra naturalità della sofferenza e rimozione in un ambiente "estraneo". Nel momento in cui le necessità diagnostiche e terapeutiche possono comunque trovare una adeguata risposta, assistere un malato di cancro in fase avanzata in ospedale rappresenta una scelta che rende "diverso" questo periodo di sofferenza, come se questa stessa sofferenza non fosse una consueta componente dell’esperienza umana.
Certamente esistono dei casi in cui l’ospedalizzazione rappresenta la scelta migliore, sia perché adeguata ad affrontare le necessità terapeutiche del malato che per permettere al paziente o ai suoi familiari di appoggiarsi ai sanitari in un momento troppo difficile.
Per i familiari, la scelta del domicilio può anche rappresentare la volontà di vivere in prima persona un momento, una situazione particolarmente profonda e carica di significati anche affettivi, senza delegarla all’istituzione sanitaria. La tradizionale prassi del ricovero ospedaliero non fornisce, in genere, particolari supporti salvo allentare il peso assistenziale che grava sui familiari. L’assistenza domiciliare non rappresenta la soluzione più idonea se non ci si fa carico anche degli aspetti più squisitamente psicologici e relazionali del rapporto assistenziale. La soluzione domiciliare non rappresenta una panacea, ma anzi, se realizzata in modo improprio, produce essa stessa ulteriore sofferenza, in quanto elimina la presenza rassicurante e le risorse dell’ospedale senza fornire un supporto ugualmente autorevole e valido. Gli studi di Parkes (1980, 1985) hanno messo in evidenza come l’assistenza domiciliare possa risultare un elemento di disagio, quando non condotta da personale competente nel controllo del dolore e degli altri sintomi.
Nel proporre una strada alternativa all’ospedalizzazione i risultati devono essere almeno equivalenti, se non migliori, anche per quanto riguarda il controllo del dolore e degli altri sintomi. A questo proposito non esistono molti dati disponibili. Parkes segnala come il controllo del dolore a casa fosse ancora insoddisfacente per un campione di pazienti seguiti nel periodo 1977-79, sebbene i risultati fossero migliorati rispetto ad un lavoro precedente (Parkes, 1980). La preferenza per una somministrazione orale, la ricerca di terapie personalizzate e ad orario fisso vanno nella direzione di permettere una terapia anche domiciliare con la maggior parte dei pazienti.
Uno studio di Ventafridda et al. (1989) ha cercato di confrontare le due forme di assistenza su parametri sia clinici, che psicosociali, che economici. I risultati ottenuti su due campioni di 30 pazienti ciascuno (un gruppo seguito a casa, l’altro seguito in ospedale) non hanno mostrato alcuna differenza statisticamente significativa per quanto riguarda il controllo del dolore, il numero dei sintomi, il numero di ore di sonno. Migliori condizioni sono state riportate dal gruppo domiciliare nel grado di attività dopo due settimane di assistenza nel giudizio globale di qualità di vita, ottenuto con Spitzer (1981).
Assistere a casa presuppone innanzi tutto il rispetto delle preferenze del malato nella decisione tra casa e ospedale, spesso assai più complesse e personali rispetto a valutazioni esterne (Hinton, 1979). In una indagine effettuata in Italia, 139 pazienti in fase terminale su 165 hanno dichiarato di preferire l’assistenza a casa. Poiché i bisogni del malato sono di natura diversa, è corretto affrontarli utilizzando specifiche competenze e specifici strumenti: poiché tali bisogni non sono di esclusiva competenza medica, l’équipe deve comprendere varie figure professionali. Nel servizio si possono distinguere due gruppi, che lavorano a contatto, ma che si propongono in due momenti diversi d’intervento. Il primo è composto da quattro figure basilari nell’assistenza domiciliare:
- familiare leader
- medico domiciliare
- infermiere domiciliare
- volontario.
Il secondo gruppo è rappresentato da figure professionali di raccordo tra il servizio e la casa. La loro collocazione è in un certo senso di supporto nei confronti dell’équipe domiciliare propriamente detta ed il loro lavoro sul malato è di solito indiretto. Essi sono:
- psicologo
- assistente sociale.
La perdita del ruolo sociale e familiare e la nascita di nuovi rapporti dipendenti dallo stato di malattia vengono a pesare fortemente sull’emotività del paziente. L’adattamento alle limitazioni fisiche imposte dal progredire della malattia e la conservazione della propria dignità spesso sono resi difficili dalla mancanza di adeguate condizioni socio-ambientali.
I problemi più rilevanti sono quelli psicologici, anche se la connessione con i problemi fisici è in molti casi diretta. Perdita dell’identità che, a seconda della diverse condizioni fisiche e socio-economiche, si concretizza in differenti significati:
- perdita del ruolo professionale ed economico
- perdita del ruolo nell’ambito familiare
- declino delle capacità intellettuali.
- la paura che il dolore possa divenire incontrollabile
- la paura di morire
- la paura di perdere l’autocontrollo mentale e/o fisico
- la preoccupazione di perdere il proprio ruolo in famiglia e sentirsi di peso.
Per i familiari la malattia inguaribile e mortale costituisce una dura prova esistenziale: al dramma della sofferenza e della perdita di una persona si aggiungono molteplici problemi che si radicalizzano sovrapponendosi ed intrecciandosi gli uni con gli altri e per lo più trovano i familiari impreparati ad affrontarli. Le questioni sono di tre ordini:
- problemi affettivi e personali
- problemi della comunicazione
- problemi organizzativi e di gestione.
Inoltre vi possono essere difficoltà sociali, come la mancanza di spazi adeguati e la scarsità di risorse socio-economiche, che aggravano la situazione. La crisi della morte diventa un problema per il morente e per i suoi cari proprio perché la crisi modifica la base del loro rapporto.
In senso più generale le famiglie soffrono, come la persona morente, per problemi di comunicazione associati alla paura per la morte. Questo momento può essere vissuto dai familiari in modi non coincidenti con gli atteggiamenti del malato. Può instaurarsi un atteggiamento di rassegnazione e di accettazione di quanto sta per avvenire oppure un irrazionale rifiuto dell’evidenza dei fatti.
L’obiettivo principale da un punto di vista medico è il controllo dei sintomi (Ventafridda, 1990).
Anche per i sintomi la diagnosi deve precedere la terapia e bisogna tenere presente che un sintomo può essere causato da più fattori: tra questi vanno identificati quelli che sono reversibili e possono essere corretti. La terapia deve essere la più semplice possibile e i farmaci devono essere somministrati regolarmente per prevenire la comparsa del sintomo stesso. è importante notare come l’intervento sui sintomi fisici possa essere settoriale rispetto alla sofferenza nella sua globalità (dolore totale).
L’obiettivo primario è garantire un congruo numero di ore di sonno, scomparsa del dolore statico ed incidente.
Per il medico il controllo del dolore nel paziente con cancro è un obiettivo importante sia per la prevalenza di questo sintomo sia perché spesso costituisce un problema diagnostico e terapeutico.
La valutazione e il trattamento dei pazienti con neoplasia e dolore richiede un approccio multidisciplinare che include la conoscenza dei meccanismi neurofisiologici e dell’eziopatogenesi del dolore, l’identificazione di sindromi dolorose, la conoscenza della storia naturale e delle possibilità di trattamento del tumore, il riconoscimento non solo delle componenti biologiche, ma anche di quelle psicologiche di ogni sintomatologia.
Il controllo efficace del dolore, in particolare nei pazienti in fase terminale, è uno dei punti cardinali del programma oncologico dell’OMS, accanto alla prevenzione primaria, alla diagnosi precoce e alla terapia (WHO, 1986).
Il dolore compare fino al 50% dei pazienti in trattamento antineoplastico e sale al 70% nei pazienti con cancro avanzato (Bonica, 1985), tuttavia può comparire anche in fase precoce, è riportato infatti che il 15% dei pazienti con cancro non metastatico ha dolore (Twycross, 1982).
Nei pazienti oncologici la stimolazione algica è più frequentemente dovuta alla crescita della massa neoplastica.
Dallo studio di Foley (1979) risulta che nel 77% dei casi il dolore è provocato dal tumore, nel 19% dai trattamenti e nel 3% da cause non collegate né alla malattia né alle terapie. è particolarmente importante l’analisi degli aspetti psicologici implicati nell’esperienza dolorosa, soprattutto se intensa, cronica o maligna, perché la comprensione di questo sintomo richiede un approccio che si sviluppi su molteplici dimensioni. Infatti il dolore rappresenta un evento in cui stretta è la connessione tra aspetti biologici e aspetti mentali, i quali interagiscono nel determinare le risposte emotive, adattative e comportamentali del soggetto che prova dolore. Un’adeguata analisi della situazione di dolore non può quindi limitarsi ad una lettura biologica di quanto accade, ma deve confrontarsi con il dato psicologico. La rilevanza di fattori psicologici si riscontra sia in termini causali (dove la funzione psicosensoriale, di percezione, di valutazione, incide nel determinare, almeno in parte, le caratteristiche del dolore esperito) sia in termini concomitanti poiché ad esso, più facilmente che ad altri sintomi, si possono associare vissuti di particolare disagio emotivo, reazioni psicologiche ed atteggiamenti di sofferenza.
Parlare di multidimensionalità significa anche riconoscere che nell’esperienza del soggetto che prova dolore, numerosi sono gli elementi che possono incidere, sia in senso specifico sulla sensazione dolorosa, che in senso generale sul vissuto di sofferenza dell’individuo e che a fatica l’esperienza del dolore può essere ricondotta esclusivamente ad un problema psicofisiologico.
Un lavoro sperimentale recente ha evidenziato che le dimensioni rilevanti del dolore percepito da pazienti con cancro sono: intensità, qualità emotiva e dimensione somatosensoriale e ricalcano da vicino quelle proposte a priori da Melzack e Casey: sensoriale-discriminativa, emozionale-affettiva e cognitivo-valutativa. In questo stesso studio si evidenziava come la componente intensità fosse la più importante per i pazienti con cancro, seguita da vicino dalla componente emotiva, e che i termini usati per definire un livello di intensità elevato assumevano anche un’elevata valenza nella dimensione emotiva (Clark, 1989).
è osservazione comune che lesioni simili vengono associate molto spesso a sintomi di intensità da nulla a estremamente severa da pazienti diversi e che quindi le caratteristiche dello stimolo periferico possono essere secondarie a determinare la qualità e l’intensità della percezione. Fattori psicologici e sociali si sono dimostrati importanti nel determinare e modificare le caratteristiche di molte forme di dolore cronico benigno e nella valutazione di stimoli dolorosi indotti sperimentalmente (Mount, 1989).
Conclusioni
La fase terminale, da qualsiasi evento possa essere determinata, se deve essere contrastata per renderla meno sofferta, deve ricercare per la persona una qualità di vita dignitosa, motivata, qualunque sia la speranza di quel momento. Qualità della vita che ripropone come sempre la necessità che anche l’uomo in questi momenti abbia ancora il desiderio di vivere per il tempo che gli resta nel modo meno sofferto possibile, il desiderio di mantenere la propria dignità.
Wednesday, October 17, 2007
Ipnosi, un’alleata contro il dolore
Tratto dal: Il Corriere un articolo di:Vera Martinella
Permette di alleviare l’ansia e ridurre gli analgesici, in alcune terapie oncologiche. Diversi ospedali italiani la utilizzano.
MILANO – Non solo farmaci per contrastare la sofferenza durante e dopo un’operazione chirurgica. Secondo uno studio americano recentemente pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute, una breve seduta di ipnosi prima di un intervento allevia l’ansia e il dolore, permettendo di somministrare una minor quantità di analgesici e traducendosi in un’esperienza meno traumatica per le pazienti e meno costosa per l’ospedale. Precedenti ricerche avevano già suggerito che l’ipnosi potesse contribuire ad alleviare problemi di varia natura, aiutando le pazienti a rimettersi più in fretta e, quindi, accorciandone la degenza ospedaliera.
Quest’ultimo studio, condotto dai ricercatori della Mount Sinai School of Medicine di New York, ha verificato l’efficacia della tecnica su cento donne che dovevano sottoporsi ad una biopsia chirurgica o all’asportazione di un nodulo al seno e che, prima della procedura, sono state coinvolte in una seduta d’ipnosi: 15 minuti durante i quali le pazienti sono state indotte ad uno stato di relax e sensazioni piacevoli e hanno ricevuto suggerimenti su come ridurre la percezione di dolore, nausea e affaticamento. Altre cento pazienti, invece, si sono limitate ad un breve dialogo con uno psicologo. I risultati, secondo i ricercatori, sono stati chiaramente migliori nel gruppo-ipnosi, per il quale è bastata un’anestesia più leggera e una quantità di sedativi ridotta. Inoltre, le partecipanti hanno riferito meno disturbi emotivi e minori effetti collaterali dopo l’intervento. Secondo gli autori, l’ipnosi ha permesso di risparmiare circa 773 dollari (oltre 540 euro) a paziente.Ma quale “magia” si nasconde dietro a questi meccanismi? Niente sguardi magnetici o potenzialità irrealistiche, tengono a precisare gli esperti.
«Tramite l’ipnosi si può accompagnare virtualmente il malato in una condizione di benessere, stimolandolo ad evocare situazioni piacevoli, in modo tale che, dopo l’intervento o anche al risveglio, quando è necessaria un’anestesia generale, la sua percezione del dolore sia minore» risponde Luisa Merati, responsabile del Centro Medicina Psicosomatica presso l’ospedale San Carlo di Milano, che organizza sedute ipnotiche, individuali o di gruppo, con pazienti oncologici (le prestazioni sono rimborsate dal servizio sanitario nazionale e, in ogni caso, i malati di cancro sono esenti dal ticket). «Allo stesso modo – prosegue - è possibile aiutare il paziente a combattere gli eventuali sintomi fastidiosi sia dell’operazione che della chemioterapia.
O, ancora, tramite tecniche di rilassamento si può offrire un sostegno psicologico “potenziato”, per superare i momenti difficili della malattia, inducendo calma e ottimismo per contrastare ansia e paura». Una soluzione altrettanto efficace può essere quella di insegnare ai malati a praticare l’auto-ipnosi (una tecnica simile al training autogeno e alle tecniche di meditazione), grazie alla quale i pazienti dovrebbero riuscire a scivolare in uno stato di benessere quando ne hanno bisogno, in day hospital per le sedute di chemioterapia o quando serve un aiuto a casa contro stanchezza cronica, nausea, debolezza.Le potenzialità dell’ipnosi sono già applicate in altri ambiti (per smettere di fumare, perdere peso o contro alcuni disturbi della psiche) e, gradualmente, vengono riconosciute anche in Italia come valide terapie complementari, utili se affiancate ad interventi di altro tipo. A utilizzare questa tecnica sui pazienti oncologici, infatti, sono già diverse strutture, fra cui l’Istituto Nazionale Tumori e l’ospedale San Raffaele di Milano, l’azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari, l’ospedale Umberto I di Lugo di Romagna (Ravenna), l’azienda ospedaliera Molinette di Torino e gli ospedali di Legnago (Verona), Garbagnate (Varese) e Varese.
«Al pari di agopuntura e massaggi, le tecniche ipnotiche sono mezzi utili ed efficaci contro il dolore e gli effetti indesiderati delle terapie - commenta Furio Zucco, presidente della Società Italiana di Cure Palliative. - Ma credo che in Italia ci si debba prima occupare dell’abc delle cure analgesiche, per le quali c’è ancora molto da fare: serve, prima di tutto, la prescrizione dei farmaci oppiodi con il ricettario del Servizio Sanitario Nazionale, mentre oggi si usa ancora un ricettario speciale che molti medici di famiglia neppure vanno a ritirare. E bisogna incoraggiare l’immissione sul mercato dei derivati della cannabis, recentemente approvati con un decreto ministeriale».
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