Thursday, May 21, 2009

Un aiuto per chi soffre di colite ulcerosa arriva dall'ipnosi

Tratto da: la STAMPA

Dover rinunciare alla vita sociale a causa di un disturbo come la colite ulcerosa che costringe a correre al bagno in molte situazioni è un problema che affligge diverse persone. Ora un aiuto pare arrivare da una terapia basata sull’ipnosi.
È quanto afferma un gruppo di ricercatori americani, i quali hanno presentato i risultati di uno studio al Crohn's & Colitis Foundation of America's 13th Annual Medical Symposium e 14th Annual Patient and Family Conference di Chicago.

La dr.ssa Laurie Keefer, psicologo clinico della salute presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine, ritiene che la terapia ipnotica può migliorare la qualità della vita delle persone affette da colite ulcerosa. Mediante la terapia ipnotica, suggerisce la ricercatrice, si può favorire la gestione dello stress che influisce significativamente sui sintomi associati e un maggiore autocontrollo. Tutto questo si traduce in maggiore autostima e padronanza di sé.
Allo studio hanno partecipato 80 pazienti nell'arco di tre anni, di cui per ognuno è stato monitorato il progresso per un anno. Al momento attuale i partecipanti attivi sono 27 e la terapia a cui sono sottoposti prevede anche l’ascolto di registrazioni speciali rilassanti.

La maggioranza dei soggetti ha mostrato di aver migliorato le relazioni sociali intraprendendo attività che un tempo avevano abbandonato a causa della malattia; tra cui andare al ristorante, fare esercizio, viaggiare, partecipare a feste e altre ancora.

I soggetti coinvolti hanno comunque continuato le loro cure tradizionali, anche se qualcuno durante il periodo di studio spesso si è dimenticato di prendere le pillole. Nonostante ciò non ha avuto i disturbi che ci si sarebbe aspettato.
Anche se ulteriori studi si renderanno necessari, i dati acquisiti paiono confortanti e mostrano come un maggiore senso di controllo di sé e sulla propria salute si rifletta positivamente nella vita sociale e in un miglioramento della vita stessa.

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Wednesday, April 22, 2009

Fibromialgia; sintomi ridotti del 30% con terapia sperimentale

Risultati incoragginati con basse dosi di un medicinale usato per trattare la dipendenza da oppioidi

Da un articolo di: Elena Meli Pubblicato su: Il Corriere

MILANO - Sean Mackey, capo della Divisione di medicina del dolore dell'università di Stanford in California, presentando i risultati dello studio pilota che ha appena pubblicato sulla rivista Pain Medicine ha deciso di far parlare i suoi pazienti. Perché ha pensato che forse nulla meglio delle parole di Tara Campbell, una trentanovenne fibromialgica californiana, potesse descrivere gli effetti del naltrexone, il farmaco in sperimentazione: «Un anno fa il solo fatto che mio marito o i miei figli mi toccassero mi faceva star male per il dolore, non mi muovevo quasi più dal divano. Oggi sono tornata al lavoro, guido una raccolta fondi per la scuola di mia figlia e mi sento bene, molto bene. Non sono esattamente la persona che ero prima della malattia e non mi sento al 100 per cento, però la mia vita è cambiata».

PICCOLO STUDIO – Tara è una delle dieci donne che, dalla primavera del 2008, Mackey ha coinvolto in un piccolo studio pilota per verificare gli effetti del naltrexone sulla fibromialgia. Per 10 settimane Tara e le altre hanno preso piccole dosi di questo farmaco che da decenni viene usato per curare la dipendenza da oppioidi: per due settimane è stato dato loro un placebo, per altre otto hanno assunto naltrexone senza però sapere se stessero prendendo l'uno o l'altro. Alla fine del periodo di sperimentazione, con naltrexone i sintomi di dolore e affaticamento erano diminuiti del 30 per cento rispetto al placebo. Tanto che alcune hanno smesso di prendere altri medicinali, altre sono tornate al lavoro, tutte hanno riferito che la loro qualità della vita è migliorata non poco. Perché è stato scelto proprio il naltrexone? «Usare questo farmaco per contrastare il dolore può sembrare in effetti un controsenso, perché sappiamo che a dosi normali blocca i sistemi preposti alla riduzione del dolore – ha dichiarato Mackey –. A basse dosi, però, sembra modulare le funzioni delle cellule della glia, nel sistema nervoso centrale: cellule che fanno da supporto e proteggono i neuroni e che mettono in comunicazione le cellule nervose e quelle coinvolte nei processi infiammatori. Modulando la funzione della glia probabilmente riusciamo a influenzare il comportamento anomalo del dolore nei pazienti fibromialgici». Ai ricercatori di Stanford l''idea è venuta per caso un paio di anni fa, quando un collaboratore di Mackey chiese ad alcuni pazienti inseriti nei gruppi di auto-aiuto se qualcosa avesse mai dato loro sollievo. Tanti citavano il naltrexone: da lì è partito lo studio, che adesso proseguirà su 30 pazienti per almeno 16 settimane.

CAUTELA – Naltrexone costa poco ed è una speranza per una patologia (la cui reale esistenza è ancora discussa, per la verità) per cui ci sono poche terapie consolidate: l'entusiasmo dei pazienti è palpabile, leggendo le testimonianze. Ma Mackey stesso getta acqua sul fuoco: «I risultati preliminari sono incoraggianti, ma appunto sono del tutto preliminari: dobbiamo studiare ancora molto prima di essere certi che la cura con naltrexone sia efficace e ben tollerata». La pensa così anche Piercarlo Sarzi-Puttini, presidente dell'Associazione Italiana Sindrome Fibromialgica (AISF ) che domenica 19 aprile si riunisce per il Congresso Nazionale all'Ospedale Sacco di Milano. Sarzi-Puttini osserva: «Lo studio è piccolo, ma l'argomento vale la pena di essere approfondito con ricerche ben disegnate che mettano a confronto placebo e naltrexone. Questo farmaco è un antagonista degli oppioidi ben tollerato ma è un blando oppiaceo a sua volta, perciò esiste comunque la possibilità che dia dipendenza: in caso di sospensione, si può avere un effetto paradosso di iperalgesia. In ogni caso è bene andare avanti con le ricerche – prosegue Sarzi-Puttini –. Non abbiamo farmaci miracolosi per la fibromialgia, ma soltanto sintomatici: ben venga qualsiasi nuova strada che possa rivelarsi utile. La grossa soddisfazione dei pazienti, inoltre, è davvero un segnale positivo». Alcune partecipanti stanno continuando a prendere naltrexone. «Sto continuando a migliorare. Ho ancora dolori localizzati, ma posso tollerarli perché non ho più i sintomi influenzali di prima né l'affaticamento. Oggi mi sento sempre di più una persona normale». Parola di Tara.

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Thursday, February 12, 2009

Sì alla cannabis come antidoto al dolore

Ci sono voluti anni per spazzare via dubbi e resistenze, ma finalmente all' ospedale Molinette e in altre tre strutture italiane i malati affetti da tumore in stato avanzato potranno utilizzare la cannabis per combattere il dolore. La sperimentazione parte a dicembre e dieci pazienti selezionati (40 in tutta Italia) parteciperanno allo studio Spray che prevede nove settimane di trattamento. L' obiettivo primario è determinare l' efficacia del dosaggio e verificare quale sia il livello entro il quale il Sativex, il farmaco utilizzato via spray (oromuscosal spray sativex) è ancora efficace in pazienti che soffrono di una patologia neoplastica in fase avanzata. Al termine della sperimentazione il trattamento andrà a regime e dalla prossima primavera le cure saranno accessibili per tutti i pazienti che presentano le caratteristiche richieste. Soltanto alle Molinette potrebbero essere oltre duecento all' anno i malati trattati con cannabinoidi.

La campagna informativa è pronta e viene lanciata attraverso i medici di medicina generale: «Soffre di dolore persistente da cancro nonostante stia assumendo farmaci antidolorifici? Se è così, contatti il suo medico sulla possibilità di prendere parte allo studio Spray». Dopo la bocciatura del comitato etico dell' ospedale Molinette - era giugno del 2006 quando l' organismo presieduto da Alessandro Pileri espresse parere negativo alla sperimentazione aprendo un dibattito che sul fronte opposto ha coinvolto anche il direttore generale Giuseppe Galanzino - è stata la determinazione di Antonio Mussa, primario del dipartimento universitario di chirurgia oncologica, e di Riccardo Torta, primario di psicologia clinica ed oncologica a sbloccare la situazione. Lo studio, che in fase iniziale era nato in sinergia con Roma e Filadelfia, è diventato nel frattempo uno studio multicentrico internazionale e coinvolge adesso 33 strutture negli Stati Uniti, 5 in Canada, 11 in Romania, 9 in Cecoslovacchia, 10 in Sud Africa, 4 in Spagna e 4 in Italia (oltre alle Molinette il Policlinico Umberto I e l' Istituto Regina Elena per i tumori di Roma e l' Istituto nazionale tumori di Milano).

La sfida è misurare le qualità del farmaco (che contiene quantità quasi uguali di Thc, tetraidrocannabinolo e Cbd, cannabinolo) per contrastare sintomi importanti in pazienti affetti da tumore: anoressia, vomito, nausea, perdita di peso, dolore, ma anche ansia e depressione. Tutti disagi da non sottovalutare che le cure finora utilizzati hanno difficoltà a debellare. Il dolore, spiega Mussa (da poco tornato in Europa come parlamentare eletto nelle file di Alleanza nazionale) non è la sola ragione per rivolgersi all' uso di cannabis «gli effetti dei cannabinoidi sull' umore, sul sonno e sullo stress sono aspetti importanti che dovrebbero essere presi maggiormente in considerazione perché se sommati condizionano pesantemente in negativo la qualità di vita dei pazienti».

Gli effetti causati dall' assunzione di sativex, racconta ancora Mussa, saranno ovviamente confrontati con quelli prodotti da un placebo che sarà somministrato ad un gruppo parallelo. L' annuncio dell' avvio della sperimentazione all' ospedale Giovanni Battista è stato dato ieri durante il congresso nazionale della Società italiana tumori dal titolo "I tumori rari e gli eventi rari nei tumori frequenti" organizzato da Sergio Sandrucci, chirurgia oncologica delle Molinette e da Alessandro Comandone, oncologia medica del Gradenigo. Una vetrina importante affrontare il tema delicato e controverso della lotta al dolore con le cure palliative.

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Sunday, October 05, 2008

Autolesioni, dolore e dichiarazioni psicologiche

Tratto da: Adnkronos(Adnkronos Salute)
Graffi, tagli e bruciature irresistibili per molti giovani italiani, sempre più inclini all'autolesionismo. Un fenomeno insolito, in crescita ma ancora poco conosciuto, che coinvolge nel Belpaese ben un ragazzo su cinque. E inizia prestissimo. Secondo i dati presentati nel corso 'Autolesionismo, disturbi alimentari e disturbi di personalità' che si terrà domani a Vicenza, il 20,6% degli studenti universitari ha sperimentato nel corso della propria vita un episodio di autolesionismo, con un'età media di inizio intorno ai 12 anni. Ma in che modo i ragazzini riescono a farsi male? Soprattutto con i graffi, scelti dal 50% dei giovani pazienti. Seguono tagli (34%), colpi e lividi (24%), bruciature (20%, una strategia che pare preferita dai maschi), e morsi (14%).

Se si guarda alle scuole superiori, la percentuale cresce ancora: da una ricerca compiuta su 219 studenti emerge che il 22,8% si è procurato ferite o traumi volontariamente almeno un volta nella vita. "Sono diversi i motivi per cui ragazzi si infliggono ferite o si procurano un dolore anche molto acuto: evitare o sopprimere immagini o ricordi dolorosi, o in generale emozioni negative. Ma anche entrare in uno stato di torpore o insensibilità, e avere l'attenzione degli altri", spiega Roberto Ostuzzi, presidente del convegno e della Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare (Sisdca). Questi comportamenti si possono presentare con frequenza e intensità variabili, fino a compromettere l'integrità fisica del soggetto e giungere, talvolta, a esiti fatali. L'indice di mortalità di questi pazienti, precisano gli esperti, è stimato intorno al 9-10%.

Una piccola indagine che sarà presentata al Convegno ha permesso di inquadrare un po' meglio il profilo psicologico di chi ha sofferto o soffre di autolesionismo. Dei 27 soggetti che hanno aderito a un questionario proposto online (22 femmine e 5 maschi) tra i 15 e i 30 anni, il 66,67% presenta notevoli difficoltà nella sfera emotiva; l'11,11% ha lievi difficoltà ma il 22,22% sembra non presentarne affatto. Il 70% riferisce esperienze traumatiche, con tratti rilevanti di rabbia e irritabilità, e l'88% ha elevati livelli di depressione. "Questi comportamenti - sottolinea Ostuzzi - risultano particolarmente presenti in quadri patologici come il disturbo alimentare (anoressia, bulimia o binge eating) di per sé caratterizzati da eccessiva attenzione verso il proprio stato corporeo e dalla sua manipolazione. Ma anche associati a difficoltà di base nell'autostima e nella gestione delle emozioni". E spesso l'autolesionismo si associa a problemi con il cibo.

Secondo un'indagine su un campione di 134 donne con disturbo alimentare (di cui il 26,9% con anoressia restrittiva, il 43,3% con anoressia di tipo bulimico e il 29,9% con bulimia), il 44.6% ha sofferto di autolesionismo. Dalle ricerche svolte nel reparto dei disturbi alimentari della casa di cura Villa Margherita di Arcugnano (VI) su 230 ricoverati, emerge che il 25,7% riferisce episodi autolesivi. Anche secondo questo studio i comportamenti più comuni sono tagliarsi, bruciarsi, mordersi, darsi pugni, graffiarsi, sbattere la testa contro il muro. Rispetto al tipo di disturbo alimentare, questi autolesionisti hanno per il 53% bulimia, per il 42% anoressia (10% restrittiva, 32% di tipo bulimico) e per il 5% binge eating.

La presenza del disturbo di personalità è dell’81%. Inoltre nei pazienti borderline i comportamenti autolesionistici sono estremamente frequenti (75-90%) "e possono essere di intensità tale da portare nel 10% circa dei casi a esiti fatali". "Non stupisce la correlazione dell'autolesionismo con i disturbi alimentari, visto che anche questi ultimi possono essere considerati una forma 'alimentare' del farsi del male, e sono figli di uno stesso tipo di malessere", conclude Ostuzzi.

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Tuesday, June 24, 2008

Cause e rimedi del mal di testa

Un articolo di Saverio Pepe in: http://www.benessereblog.it/

La cefalea nelle sue differenti manifestazioni, è uno dei più frequenti disturbi e per il 15% della popolazione, una sorta di disturbo cronico che torna a manifestarsi in maniera ciclica, nonostante i tentativi di liberarsene.

Anche se molte persone che sia il cervello a far male, nella cefalea sono le strutture come le arterie cerebrali o craniche, i nervi, i muscoli e la cute del cranio a provocare il dolore , in quanto il cervello e le membrane che lo rivestono direttamente non sono dotate di terminazioni nervose che riconoscono il dolore.

Quando, queste strutture, estremamente sensibili, sono sottoposte a tensione, stiramenti, compressioni, infiammazioni virali o traumi climatici, o anche fenomeni di allergia e naturalmente tensione psicologica, ecco che si può scatenare il mal di testa.

Oltre ai classici rimedi antidolorifici, vendutissimi in farmacia, esistono anche metodologie dolci contro la cefalea, in primo luogo la via omeopatica. Personalmente trovo molto valido l’utilizzo degli oli essenziali come racconta la scheda di farmacia.it. Nella gestiona antalgica delle cefalee ottimi risultati sono stati comprovati nell'utilizzo dell'ipnosi sia per la gestione della sintomatologia sia nell'allenare, mantenere e contrastare le ricadute.

Per chi vuole oppure ha necessità di approfondire l’argomento cefalea, vi segnalo il sito della Associazione Neurologica per la ricerca sulle cefalee .

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Tuesday, February 12, 2008

Dolore oncologico: un articolo su l'Agenda della Salute

Copertina Agenda Della SalutePsicolife sull'Agenda della Salute

Questo mese sull'Agenda della Salute trovate un articolo del Dr. Massimiliano Zisa sull'argomento Psiconcologia.

L'articolo riassume in breve l'apporto della psicologia sia nel sostegno alle famiglie, nel paziente oncologico e nella gestione del dolore oncologico con tecniche ipnotiche.

Potete trovare l'articolo direttamente nella sezione del sito Psicolife.com alla voce Informazione Scientifica : Articoli

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Wednesday, November 14, 2007

La Terapia del Dolore DEL DOLORE

Le Cure Palliative
Da un lavoro di :
Franco De Conno

Divisione di Riabilitazione e Terapie Palliative

Istituto Nazionale Tumori, Milano

Le cure palliative possono essere definite come "il trattamento del paziente affetto da patologie evolutive ed irreversibili, attraverso il controllo dei suoi sintomi e delle alterazioni psicofisiche, più della patologia che ne è la causa". Lo scopo principale delle cure palliative è quello di migliorare anzitutto la qualità di vita piuttosto che la sopravvivenza, assicurando ai pazienti e alle loro famiglie un’assistenza continua e globale (Ventafridda, 1990).

L’indiscutibile progresso ottenuto dalla medicina sia in campo diagnostico che terapeutico ha condotto ad una serie di conquiste un tempo considerate irrealizzabili, ma questo estremo tecnicismo mal si adatta alla cura del paziente terminale.

La peculiarità della medicina palliativa è il nuovo approccio culturale al problema della morte, considerata non più come l’antagonista da combattere ma accettata a priori come evento inevitabile. Da questa premessa teorica nasce una pratica clinica che pone al centro dell’attenzione non più la malattia, ma il malato nella sua globalità (Corli, 1988).

La consapevolezza della morte induce un’attenzione più acuta alla qualità della vita ed alla sofferenza di chi sta per morire. Come riporta Spinsanti "la medicina delle cure palliative è e rimane un servizio alla salute. Non dunque una medicina per morente e per aiutare a morire, ma una medicina per l’uomo, che rimane un vivente fino alla morte" (Spinsanti, 1988).

Alla base di questa filosofia resta sempre il rispetto dell’essere umano sofferente, l’attenzione al dettaglio, a tutto quello che si può e si deve fare quando "non c’è più niente da fare": l’attenzione alla vita del paziente, anche se brevissima, privilegiandone gli aspetti qualitativi e arricchendo ogni suo istante di significati e di senso; la capacità di ascoltare, dare presenza, restaurare i rapporti umani ed entrare in rapporto emotivo con pazienti e familiari. Infine, una corretta "filosofia" nell’approccio palliativo deve comprendere la capacità di saper riconoscere i propri limiti come curanti e terapisti, recuperando il senso profondo della medicina come scienza ed arte per la salute psicofisica dell’essere umano. Cure palliative non vogliono dire eutanasia, ma sono l’espressione di un approccio medico basato su conoscenze scientifiche e sull’attenzione continua nella loro applicazione.

Queste nozioni richiedono un nuovo tipo di educazione accademica a livello universitario e postuniversitario (Hillier, 1998; Kearney, 1992). La preparazione di questi medici è più che mai necessaria. Non si intende medicalizzare la morte, ma offrire un aspetto umano a situazioni disumane finora trascurate e viste con indifferenza. Parlare invece di curare, di qualità di vita, di impatto della malattia e/o dei trattamenti, di controllo dei sintomi, significa richiamarsi ad un modo diverso di intendere la realtà. La malattia non è soltanto il fenomeno morboso in quanto tale, ma anche e particolarmente l’esperienza che di questo fenomeno ha il soggetto ed in particolare i vissuti di sofferenza, dolore, stanchezza, le paure, gli aspetti psicologici e relazionali. Da queste considerazioni è nata l’esigenza di proporre un’assistenza peculiare per i malati di cancro in fase avanzata che presentino dolori o altri sintomi. Le cure palliative sono rivolte soprattutto ai pazienti colpiti da cancro. Dai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si comprendono rapidamente le dimensioni del problema: vengono diagnosticati ogni anno 5.9 milioni di nuovi casi di cancro di cui 4.3 milioni giungono a morte. Il rischio di ammalarsi di tumore è in costante aumento nella maggior parte dei paesi sia per l’aumento della durata media della vita sia per l’aumento dei fattori di rischio.

In campo oncologico le terapie specifiche del cancro, chirurgia e chemio-radio-immunoterapia, praticate singolarmente o in associazione tra loro, hanno lo scopo di guarire il paziente eliminando o riducendo la massa tumorale e restituendogli l’integrità fisica. Quando la massa tumorale diviene insensibile a tali trattamenti ed evolve inesorabilmente creando sofferenze fisiche e psicologiche, non vi è più la possibilità di guarire il malato. Il medico vive una sensazione di sconfitta che può portare da un lato all’accanimento terapeutico e dall’altro all’abbandono del malato perché "non c’è più niente da fare". E’ il momento in cui il paziente si avvia verso l’exitus e la famiglia si trova sola con il proprio dolore, la paura, la depressione. Questa è la fase delle cure palliative.

Le cure palliative si rivolgono anche a tutta una serie di patologie che, pur non essendo neoplastiche, sono considerate inguaribili. Molte malattie croniche che colpiscono gli anziani sono in realtà inguaribili: possono creare individui a rischio di perdita di autonomia, ma in questo caso non si può parlare di malati in fase terminale. Solo quando le condizioni fisiche si deteriorano rapidamente, ogni intervento diviene inefficace e la morte è prevista come la soluzione inevitabile in tempi relativamente brevi, si può parlare di fase terminale della vita.

Non è facile identificare i pazienti in fase terminale in quanto non esiste sempre una semplice e netta separazione tra il periodo in cui l’individuo continua a vivere, sia pur sotto il peso della malattia e delle limitazioni ad essa conseguenti, e la fase in cui il processo si fa rapidamente evolutivo e la fine si avvicina. A volte il passaggio ad uno stato di deterioramento fisico e psichico e di dipendenza personale avviene gradualmente come nel caso di insufficienze d’organo croniche, malattie neurologiche e psichiatriche.

Per arrivare ad un intervento sanitario-assistenziale efficace, continuativo e riproducibile, le cure palliative in Italia dovevano cercare una strada nell’ambito della medicina ufficiale e scientifica prendendo in considerazione esperienze già consolidate. Il costante punto di riferimento di tutte le iniziative nei confronti dei malati inguaribili è stato il movimento "Hospice" anglosassone.

La prima iniziativa, strutturata per offrire una risposta pratica e scientifica ai problemi del malato morente, per istituire cioè un sistema di cure palliative, è un fatto piuttosto recente e si collega al movimento Hospice nato negli anni Sessanta grazie a Cicely Saunders fondatrice del St. Christopher’s Hospice di Londra.

L’Hospice fornisce supporto ed assistenza a chi si trova nella fase terminale di una malattia inguaribile, per consentirgli di vivere la vita residua in pienezza e nel modo più confortevole possibile. Da un punto di vista organizzativo l’Hospice è una struttura intraospedaliera o isolata nel territorio che ha in parte le caratteristiche della casa, in parte quelle dell’ospedale. è un luogo dove è possibile trattare i problemi dell’ammalato con ogni mezzo idoneo, medico, assistenziale, psicologico, spirituale al fine di migliorarne la qualità di vita. Favorisce una personalizzazione delle cure ed una presenza continua di familiari e conoscenti vicini al malato.

In Italia la carenza di strutture sanitarie specializzate tipo Hospice e reparti di cure palliative fa sì che la casa del malato diventi il luogo di cura più idoneo.

è chiaro come la scelta tra casa e ospedale si pone come una alternativa tra naturalità della sofferenza e rimozione in un ambiente "estraneo". Nel momento in cui le necessità diagnostiche e terapeutiche possono comunque trovare una adeguata risposta, assistere un malato di cancro in fase avanzata in ospedale rappresenta una scelta che rende "diverso" questo periodo di sofferenza, come se questa stessa sofferenza non fosse una consueta componente dell’esperienza umana.

Certamente esistono dei casi in cui l’ospedalizzazione rappresenta la scelta migliore, sia perché adeguata ad affrontare le necessità terapeutiche del malato che per permettere al paziente o ai suoi familiari di appoggiarsi ai sanitari in un momento troppo difficile.

Per i familiari, la scelta del domicilio può anche rappresentare la volontà di vivere in prima persona un momento, una situazione particolarmente profonda e carica di significati anche affettivi, senza delegarla all’istituzione sanitaria. La tradizionale prassi del ricovero ospedaliero non fornisce, in genere, particolari supporti salvo allentare il peso assistenziale che grava sui familiari. L’assistenza domiciliare non rappresenta la soluzione più idonea se non ci si fa carico anche degli aspetti più squisitamente psicologici e relazionali del rapporto assistenziale. La soluzione domiciliare non rappresenta una panacea, ma anzi, se realizzata in modo improprio, produce essa stessa ulteriore sofferenza, in quanto elimina la presenza rassicurante e le risorse dell’ospedale senza fornire un supporto ugualmente autorevole e valido. Gli studi di Parkes (1980, 1985) hanno messo in evidenza come l’assistenza domiciliare possa risultare un elemento di disagio, quando non condotta da personale competente nel controllo del dolore e degli altri sintomi.

Nel proporre una strada alternativa all’ospedalizzazione i risultati devono essere almeno equivalenti, se non migliori, anche per quanto riguarda il controllo del dolore e degli altri sintomi. A questo proposito non esistono molti dati disponibili. Parkes segnala come il controllo del dolore a casa fosse ancora insoddisfacente per un campione di pazienti seguiti nel periodo 1977-79, sebbene i risultati fossero migliorati rispetto ad un lavoro precedente (Parkes, 1980). La preferenza per una somministrazione orale, la ricerca di terapie personalizzate e ad orario fisso vanno nella direzione di permettere una terapia anche domiciliare con la maggior parte dei pazienti.

Uno studio di Ventafridda et al. (1989) ha cercato di confrontare le due forme di assistenza su parametri sia clinici, che psicosociali, che economici. I risultati ottenuti su due campioni di 30 pazienti ciascuno (un gruppo seguito a casa, l’altro seguito in ospedale) non hanno mostrato alcuna differenza statisticamente significativa per quanto riguarda il controllo del dolore, il numero dei sintomi, il numero di ore di sonno. Migliori condizioni sono state riportate dal gruppo domiciliare nel grado di attività dopo due settimane di assistenza nel giudizio globale di qualità di vita, ottenuto con Spitzer (1981).

Assistere a casa presuppone innanzi tutto il rispetto delle preferenze del malato nella decisione tra casa e ospedale, spesso assai più complesse e personali rispetto a valutazioni esterne (Hinton, 1979). In una indagine effettuata in Italia, 139 pazienti in fase terminale su 165 hanno dichiarato di preferire l’assistenza a casa. Poiché i bisogni del malato sono di natura diversa, è corretto affrontarli utilizzando specifiche competenze e specifici strumenti: poiché tali bisogni non sono di esclusiva competenza medica, l’équipe deve comprendere varie figure professionali. Nel servizio si possono distinguere due gruppi, che lavorano a contatto, ma che si propongono in due momenti diversi d’intervento. Il primo è composto da quattro figure basilari nell’assistenza domiciliare:

  • familiare leader
  • medico domiciliare
  • infermiere domiciliare
  • volontario.
Questo gruppo costituisce l’unità mobile di intervento, l’estensione extramurale del servizio di cure palliative.

Il secondo gruppo è rappresentato da figure professionali di raccordo tra il servizio e la casa. La loro collocazione è in un certo senso di supporto nei confronti dell’équipe domiciliare propriamente detta ed il loro lavoro sul malato è di solito indiretto. Essi sono:

  • psicologo
  • assistente sociale.
Il malato diviene quindi il centro dell’attenzione di diversi specialisti che devono lavorare insieme in modo coordinato. Ciò richiede informazioni le più precise e tempestive possibili e un collegamento continuo. Inoltre l’équipe si riunisce settimanalmente al completo per prendere di comune accordo le decisioni che riguardono sia l’aggiustamento delle terapie che l’atteggiamento comune da adottare da parte degli operatori sanitari e volontari nei confronti del malato e della famiglia. Occuparsi di un malato terminale significa infatti confrontarsi continuamente con i bisogni del malato e della sua famiglia. Più spesso nel paziente oncologico l’idea della morte si palesa solo quando la progressione della malattia obbliga il paziente a dipendere fisicamente e socialmente da altre persone.

La perdita del ruolo sociale e familiare e la nascita di nuovi rapporti dipendenti dallo stato di malattia vengono a pesare fortemente sull’emotività del paziente. L’adattamento alle limitazioni fisiche imposte dal progredire della malattia e la conservazione della propria dignità spesso sono resi difficili dalla mancanza di adeguate condizioni socio-ambientali.

I problemi più rilevanti sono quelli psicologici, anche se la connessione con i problemi fisici è in molti casi diretta. Perdita dell’identità che, a seconda della diverse condizioni fisiche e socio-economiche, si concretizza in differenti significati:

  • perdita del ruolo professionale ed economico
  • perdita del ruolo nell’ambito familiare
  • declino delle capacità intellettuali.
Oltre alla sofferenza e alle conseguenze emotive prodotte dalla malattia e dagli effetti collaterali delle terapie, ritroviamo nell’ammalato:
  • la paura che il dolore possa divenire incontrollabile
  • la paura di morire
  • la paura di perdere l’autocontrollo mentale e/o fisico
  • la preoccupazione di perdere il proprio ruolo in famiglia e sentirsi di peso.
Un’altra situazione che il paziente terminale si trova ad affrontare in seguito alla dipendenza fisica e sociale è la riattivazione di ogni genere di problema non risolto prima e il riaffiorare di questioni personali mai portate a termine, che spesso interessano il rapporto con gli altri. Nel prendersi cura del malato non si deve dimenticare la sua famiglia che ha bisogno di essere educata, sostenuta e confortata per poter aiutare l’ammalato in tutto l’iter della malattia fino al decesso.

Per i familiari la malattia inguaribile e mortale costituisce una dura prova esistenziale: al dramma della sofferenza e della perdita di una persona si aggiungono molteplici problemi che si radicalizzano sovrapponendosi ed intrecciandosi gli uni con gli altri e per lo più trovano i familiari impreparati ad affrontarli. Le questioni sono di tre ordini:

  • problemi affettivi e personali
  • problemi della comunicazione
  • problemi organizzativi e di gestione.
La famiglia può sentirsi, sia emotivamente che culturalmente, impreparata ad affrontare la morte e la paura di una vita che finisce e dal punto di vista tecnico non sempre è in grado di far fronte alle necessità del paziente.

Inoltre vi possono essere difficoltà sociali, come la mancanza di spazi adeguati e la scarsità di risorse socio-economiche, che aggravano la situazione. La crisi della morte diventa un problema per il morente e per i suoi cari proprio perché la crisi modifica la base del loro rapporto.

In senso più generale le famiglie soffrono, come la persona morente, per problemi di comunicazione associati alla paura per la morte. Questo momento può essere vissuto dai familiari in modi non coincidenti con gli atteggiamenti del malato. Può instaurarsi un atteggiamento di rassegnazione e di accettazione di quanto sta per avvenire oppure un irrazionale rifiuto dell’evidenza dei fatti.

L’obiettivo principale da un punto di vista medico è il controllo dei sintomi (Ventafridda, 1990).

Anche per i sintomi la diagnosi deve precedere la terapia e bisogna tenere presente che un sintomo può essere causato da più fattori: tra questi vanno identificati quelli che sono reversibili e possono essere corretti. La terapia deve essere la più semplice possibile e i farmaci devono essere somministrati regolarmente per prevenire la comparsa del sintomo stesso. è importante notare come l’intervento sui sintomi fisici possa essere settoriale rispetto alla sofferenza nella sua globalità (dolore totale).

L’obiettivo primario è garantire un congruo numero di ore di sonno, scomparsa del dolore statico ed incidente.

Per il medico il controllo del dolore nel paziente con cancro è un obiettivo importante sia per la prevalenza di questo sintomo sia perché spesso costituisce un problema diagnostico e terapeutico.

La valutazione e il trattamento dei pazienti con neoplasia e dolore richiede un approccio multidisciplinare che include la conoscenza dei meccanismi neurofisiologici e dell’eziopatogenesi del dolore, l’identificazione di sindromi dolorose, la conoscenza della storia naturale e delle possibilità di trattamento del tumore, il riconoscimento non solo delle componenti biologiche, ma anche di quelle psicologiche di ogni sintomatologia.

Il controllo efficace del dolore, in particolare nei pazienti in fase terminale, è uno dei punti cardinali del programma oncologico dell’OMS, accanto alla prevenzione primaria, alla diagnosi precoce e alla terapia (WHO, 1986).

Il dolore compare fino al 50% dei pazienti in trattamento antineoplastico e sale al 70% nei pazienti con cancro avanzato (Bonica, 1985), tuttavia può comparire anche in fase precoce, è riportato infatti che il 15% dei pazienti con cancro non metastatico ha dolore (Twycross, 1982).

Nei pazienti oncologici la stimolazione algica è più frequentemente dovuta alla crescita della massa neoplastica.

Dallo studio di Foley (1979) risulta che nel 77% dei casi il dolore è provocato dal tumore, nel 19% dai trattamenti e nel 3% da cause non collegate né alla malattia né alle terapie. è particolarmente importante l’analisi degli aspetti psicologici implicati nell’esperienza dolorosa, soprattutto se intensa, cronica o maligna, perché la comprensione di questo sintomo richiede un approccio che si sviluppi su molteplici dimensioni. Infatti il dolore rappresenta un evento in cui stretta è la connessione tra aspetti biologici e aspetti mentali, i quali interagiscono nel determinare le risposte emotive, adattative e comportamentali del soggetto che prova dolore. Un’adeguata analisi della situazione di dolore non può quindi limitarsi ad una lettura biologica di quanto accade, ma deve confrontarsi con il dato psicologico. La rilevanza di fattori psicologici si riscontra sia in termini causali (dove la funzione psicosensoriale, di percezione, di valutazione, incide nel determinare, almeno in parte, le caratteristiche del dolore esperito) sia in termini concomitanti poiché ad esso, più facilmente che ad altri sintomi, si possono associare vissuti di particolare disagio emotivo, reazioni psicologiche ed atteggiamenti di sofferenza.

Parlare di multidimensionalità significa anche riconoscere che nell’esperienza del soggetto che prova dolore, numerosi sono gli elementi che possono incidere, sia in senso specifico sulla sensazione dolorosa, che in senso generale sul vissuto di sofferenza dell’individuo e che a fatica l’esperienza del dolore può essere ricondotta esclusivamente ad un problema psicofisiologico.

Un lavoro sperimentale recente ha evidenziato che le dimensioni rilevanti del dolore percepito da pazienti con cancro sono: intensità, qualità emotiva e dimensione somatosensoriale e ricalcano da vicino quelle proposte a priori da Melzack e Casey: sensoriale-discriminativa, emozionale-affettiva e cognitivo-valutativa. In questo stesso studio si evidenziava come la componente intensità fosse la più importante per i pazienti con cancro, seguita da vicino dalla componente emotiva, e che i termini usati per definire un livello di intensità elevato assumevano anche un’elevata valenza nella dimensione emotiva (Clark, 1989).

è osservazione comune che lesioni simili vengono associate molto spesso a sintomi di intensità da nulla a estremamente severa da pazienti diversi e che quindi le caratteristiche dello stimolo periferico possono essere secondarie a determinare la qualità e l’intensità della percezione. Fattori psicologici e sociali si sono dimostrati importanti nel determinare e modificare le caratteristiche di molte forme di dolore cronico benigno e nella valutazione di stimoli dolorosi indotti sperimentalmente (Mount, 1989).

Conclusioni
La fase terminale, da qualsiasi evento possa essere determinata, se deve essere contrastata per renderla meno sofferta, deve ricercare per la persona una qualità di vita dignitosa, motivata, qualunque sia la speranza di quel momento. Qualità della vita che ripropone come sempre la necessità che anche l’uomo in questi momenti abbia ancora il desiderio di vivere per il tempo che gli resta nel modo meno sofferto possibile, il desiderio di mantenere la propria dignità.

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